Petit dejeuner

1. G. Rossini
Ouverture “Elisabetta, regina d’Inghilterra
2. V. Bellini
Ouverture “Il Pirata”
Allegro con fuoco
Andante maestoso
Allegro agitato
3. L. V. Beethoven
Andante varié et rondeau op.155
4. G. Rossini
Ouverture “La Cenerentola”
Maestoso
Allegro vivace
5. W. A. Mozart
Andante et rondeau op.167
6. F. J. Haydn
London Symphony

Nella prima metà del secolo scorso si affermò, con grande successo, il fenomeno della trascrizione strumentale di opere o melodie celebri.

Le trascrizioni conobbero , una straordinaria fortuna sia perché esse sfruttavano il successo di opere che si erano imposte ai gusti del pubblico, fungendone da vera e propria cassa di risonanza, sia perché contribuivano a diffondere la conoscenza di una determinata opera lirica o strumentale al di fuori del teatro o delle sale-concerto. Un’ altra importante ragione della grande popolarità della trascrizione strumentale di provenienza operistica, risiede nel trattamento della tecnica e del linguaggio strumentali: un settore, infatti, di questa vasta produzione era rappresentato da brani di esasperato virtuosismo le cui finalità era strettamente correlate alla spettacolarità esecutiva degli interpreti. Non va, infine, assolutamente dimenticato il ruolo importantissimo che giocò il mondo editoriale nella vita musicale della prima metà dell’Ottocento. La piccola e media editoria musicale, infatti, trovò in questo insolito repertorio la ragione stessa della sua esistenza. Tuttavia anche case rinomate come quella di Giovanni Ricordi, il cui catalogo del 1857 detiene forse il primato in siffatto genere di letteratura strumentale, non mancarono di sfruttare tale redditizio filone.

Il musicista che forse più di tutti fu al centro di questo particolare fenomeno fu Gioacchino Rossini. L’incredibile successo delle sue opere lasciò tracce indelebili sia nel repertorio strumentale sia in quello editoriale che ricavò enormi profitti economici proprio con le trascrizioni.

Lo strumento che, in assoluto, nel primo Ottocento fu coinvolto in tale singolare repertorio fu la chitarra.

La sua gran popolarità, soprattutto fra i ceti medio-alti della borghesia viennese e parigina, si rivelò subito un terreno fertilissimo per le trascrizioni che, infatti, si svilupparono ampiamente radicandosi in innumerevoli direzioni: dal breve pezzo di elementare semplicità ai vertici del più esasperato virtuosismo.

E numerose erano anche le finalità.

Si facevano trascrizioni per scopi didattici e concertistici; per fare sfoggio di profonda sensibilità musicale o di mero virtuosismo; per venire incontro alle richieste dei tanti amateurs; per ingraziarsi le simpatie di un personaggio importante dedicandogli le variazioni sull’aria favorita. Insomma un autentico coacervo di tendenze i cui risultati furono una produzione editoriale poco meno che sterminata. Nella sola Vienna, dove nei primi lustri del secolo operarono professionalmente numerosi chitarristi, furono date alle stampe centinaia di trascrizioni.

La validità di tali operazioni,che risultarono senz’altro proficue da un punto di vista commerciale, risultò alquanto dubbia da un punto di vista artistico come ci testimoniano le severe parole che i critici dell’epoca rivolsero ad alcuni trascrittori. Va tuttavia ricordato che non mancarono quelli che esercitavano il proprio mestiere con grande abilità. E’ il caso di due dei più importanti artisti italiani nella storia della chitarra: Mauro Giuliani (1781-1829) e Ferdinando Carulli (1770-1841).

Essi apportarono nella scrittura e nella didattica della chitarra un mutamento, per così dire, “rivoluzionario”.

Carulli trascrisse opere pianistiche di Mozart, Beethoven, opere sinfoniche riuscendo a riprodurre, nel breve spazio fonico delle due chitarre,sempre fedelmente e con felice intento strumentale l’originale messaggio sonoro.

Nella sua musica emerge un forte senso timbrico di sapore orchestrale, che gli deriva dalla cultura della sua formazione giovanile napoletana e dalla sua consumata pratica di trascrittore sempre fedele all’originale.

Giuliani, spirito nervoso e vivace, nel suo stile risaltano e si fondono perfettamente l’elemento brillante, la solida costruzione e l’ispirata cantabilità. Trascrisse ouverture operistiche con ineccepibile maestria. La sua scrittura sembra persino scarna ed esile, ma la giusta ripartizione sonora tra i due strumenti ne potenzia le risorse.

Luciano Pompilio