Il Duo Caputo Pompilio ha conquistato la copertina del trimestrale internazionale “GuitArt” del periodo Gennaio – Marzo 2008

Intervista: Duo CAPUTO – POMPILIO

Dopo i primi tre cd (Works for Guitar Duo, Petit dejeuner e Spanish Atmospheres), che contengono brani del repertorio chitarristico dell‘800 e del ‘900, e che hanno ricevuto l’apprezzamento della critica internazionale, il duo Caputo-Pompilio ha deciso di stupirci, con un’incisione che spesso resta nella storia. Le Variazioni Goldberg, che insieme all’Arte della Fuga possono essere considerate la massima espressione del genio di Bach, rappresentano per i pianisti un traguardo importante, e per un duo di chitarra la cosa era forse impensabile, almeno fino a quando questo duo non ha deciso di cimentarsi con questo capolavoro. Il risultato è un cd ricco di musicalità e sentimento, una sorta di viaggio interiore, con qualità tecniche elevate.
Ho avuto la fortuna di seguire passo dopo passo la realizzazione di questo cd, dalla notizia della nascita di un progetto tanto complesso quanto entusiasmante, fino alla realizzazione di questa intervista, passando dalle mie “incursioni” nelle preziose ore di studio di Luciano, al primo ascolto dell’Aria durante il ritorno da un loro concerto a Bari. Dal nostro incontro ne esce un’intervista che tocca diversi temi, dagli aneddoti della registrazione ad aspetti di una profonda ricerca spirituale.

Perché un duo di chitarra decide di incidere le Variazioni Goldberg?
LUCIANO POMPILIO: L’idea nasce prima di tutto da una proposta fatta dall’amico Benedetto Montebello, che ha trascritto e dedicato a noi il brano, poi per quel che mi riguarda personalmente, ho un rapporto particolare con questo brano sin dagli inizi dei miei studi universitari (alcune pagine erano in programma per l’esame di armonia), per cui lo conoscevo molto bene perché l’ascoltavo infinite volte e ti lasciava sempre una certa malinconia, è stato sempre un mistero la sensazione che ne ricevevi. Risentirlo dopo alcuni anni mi ha fatto lo stesso effetto, suonarlo poi è qualcosa di indescrivibile. Provare per credere! (n.d.r. le variazioni saranno pubblicate a dicembre 2007 dalla Chanterelle)

Questo capolavoro ha un grande valore strutturale, è un insieme di simmetrie e schemi matematici, oltre ad avere elevate difficoltà tecniche, che tipo di lavoro c’è dietro l’incisione di quest’opera? GIUSEPPE CAPUTO: Inizialmente c’è stato un lavoro di ricerca sia nel capire il carattere di ogni variazione che nello studio degli abbellimenti per cercare di eseguirli il più possibile fedelmente secondo le intenzioni dell’autore. In effetti molto poco si sa circa le stesse interpretazioni di Bach ed i manuali contemporanei non sono sempre di grande aiuto e nessuno sa quale di questi concordi maggiormente con la pratica di Bach. Perciò dopo aver studiato una sintesi della prassi del XVIII secolo sull’esecuzione degli abbellimenti (avvalendoci del libro sugli Abbellimenti di Bach di Walter Emery), con tutte le sue confusioni e contraddizioni, e molte volte nell’impossibilità di applicare alcune regole, abbiamo raggiunto un ragionevole grado di fiducia nel valutare ed applicare il nostro giudizio musicale sul modo di eseguire ogni singolo abbellimento richiesto.
Per quanto riguarda la struttura e gli schemi è stato fondamentale analizzare che l’opera prende origine da una semplicissima aria bipartita, con un basso che procede per valori larghi in un disegno di otto note in senso discendente. Ci siamo trovati davanti a quella che è forse la più splendida elaborazione mai realizzata su un tema di basso.
C’è da evidenziare la necessità dello studio della grande varietà della scrittura, per cui le Goldberg rappresentano un’enciclopedia delle possibilità del tempo. Infatti troviamo rapidi arpeggi, impiego di trilli, scale, passaggi per terze, giochi ritmici riconducibili alla letteratura del tempo di diverso genere. È una musica che non conosce né inizio né fine, una musica senza un vero punto culminante e senza una vera risoluzione.
Inoltre c’è stata un’accurata ricerca del suono per creare una continuità di sentimento e di colore all’interno dell’Aria e delle trenta variazioni.
Perciò l’opera ha presentato notevoli difficoltà tecniche ed espressive che solo dopo molte ore di intenso lavoro sono state maturate ed eseguite nella nostra incisione.

Rosalyn Tureck, tra i maggiori interpreti di Bach, disse delle Goldberg: “Non suono questo lavoro come un tour de force, come una abbagliante ostentazione di tecnica, lo suono come un’esperienza di vita”. Sarà stata sicuramente un’esperienza emozionale fortissima suonarle?
G.C.: Suonare le Variazioni è davvero entusiasmante e personalmente non ricordo di aver ricevuto un appagamento musicale e un’emozione più grande. Mentre le suoni avverti che non sono le classiche “Variazioni” di Giuliani o di Sor, ma che ogni variazione rientra in un unico pensiero musicale. Le Variazioni percorrono infatti non una retta ma una circonferenza, un’orbita in cui la Sarabanda usata come Passacaglia ricorrente costituisce il punto focale. Durante l’esecuzione ti emoziona fortemente la sostanza tematica, un soprano docile ma ricco di abbellimenti, che possiede un’omogeneità intrinseca che non lascia nulla in eredità alla sua discendenza e che, per quanto riguarda la ripresentazione tematica, viene completamente dimenticata nel corso delle trenta variazioni. In pratica è difficile da spiegare, perché solo quando le suoni e ti immergi completamente in questo capolavoro musicale puoi comprendere veramente cosa ci si prova.
Ma la cosa più bella è suonarle sapendo che sono state composte alla gloria di Dio, come tutte le opere di Bach, perciò sono riconoscente a Dio e mi sento molto onorato di aver registrato le Goldberg e di poterle eseguire dal vivo nel 2008.
L.P.: Per me è stata un’esperienza emotiva intensissima per delle vicende successe proprio il giorno della registrazione (avevo appena saputo che a mia madre le era stato diagnosticato un brutto male) ed ero indeciso se partire o meno … credo di aver suonato le variazioni tristi con tanto sentimento. Poi è un brano molto intimo e spirituale, è un brano che ti cattura e ti imprigiona, non ti lascia spazio a pensare ad altro, ha una forza che non la riesci a dominare, nei giorni di studio era sempre presente dentro di me anche quando non suonavo, è veramente incredibile come un brano come questo possa modificare l’umore della giornata.

Le suonerete anche dal vivo?
G.C.: Si, anche se la programmazione dei nostri concerti per il 2008 non è ancora conclusa, le suoneremo nel prossimo anno al Festival di Parma in aprile, in alcuni Bach Festival in Olanda il 27 aprile, il 4 luglio a Genova, il 5 agosto in Germania e in Italia in date non ancora definite.

So che l’incisione non è stata realizzata in una normale sala di registrazione, ci raccontate com’è andata?
L.P.: Abbiamo scelto una chiesa silenziosa di montagna, la chiesa di San Liberato di Roccamandolfi (Isernia), sia per l’acustica che per l’atmosfera, la registrazione è stata fatta di notte, al freddo, e fuori nevicava, avevamo delle coperte sulle spalle, e leggevamo al lume di candela perché le luci facevano rumore, poi sempre per lo stesso motivo non potevamo utilizzare nessun tipo di riscaldamento! Un’esperienza d’altri tempi e sicuramente sarà indimenticabile!
G.C.: Un luogo acusticamente adatto alle nostre esigenze ed aspettative. Questo ci ha permesso di esprimere completamente, senza modificare il suono reale dell’ambiente, le emozioni provate nell’esecuzione delle Goldberg in quelle notti indimenticabili.

Se si pensa alle incisioni delle Goldberg la mente corre subito a Glenn Gould, l’emblema-mito dell’uomo-artista. Cosa comporta la scelta di dedicare la propria vita alla musica?
L.P.: Quello che comporta qualsiasi altro mestiere. Per usare frasi già dette, la società ha bisogno di artisti, come ha bisogno di scienziati, di maestri, di operai, di tecnici, di dottori, che garantiscano la crescita della persona. Non tutti sono chiamati ad essere artisti e ad ognuno è affidato il compito di essere artefice della propria vita; penso che ognuno deve farne un’opera d’arte, un capolavoro, è chiaro che implica sacrifici, ma non sono pesanti. Chi ha questa vocazione artistica avverte allo stesso tempo l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta l’umanità. Un artista consapevole di tutto ciò sa anche di dover operare senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità ed ancor meno dal calcolo di un possibile profitto personale. C’è dunque un’etica, anzi una spiritualità del servizio artistico. Che a suo modo contribuisce alla vita.

G.C.: È una bella domanda!
Dedicare la propria vita ad uno scopo, per me, significa avere un obiettivo di prioritaria importanza da raggiungere e che influenzerà tutte le scelte di vita.
Dedicare la propria vita alla musica, secondo me, vuol dire praticamente investire il tempo a disposizione per lo studio del proprio strumento, cercare di trovare sempre nuove opportunità di suonare in concerto e tenere masterclass in più paesi possibili arricchendo così la propria musicalità e personalità conoscendo culture diverse dalla nostra, inventare sempre nuove proposte discografiche interessanti per un pubblico sempre più esigente, ricercare sempre novità nel repertorio da proporre per sperimentare nuove emozioni musicali ed appagare così se stessi e gli altri.
Sono contento e soddisfatto di tutto ciò che Dio mi ha dato di sperimentare nella mia attività musicale anche se accompagnata da tanto lavoro e tanti sacrifici personali e familiari.
Nel corso di tutti questi anni e in base alla mia esperienza musicale e spirituale, ho compreso che la musica è estremamente importante per l’essere umano perché è un dono meraviglioso di Dio e che perciò l’uomo-artista, come buon amministratore e servitore di questo dono, deve esercitarlo e svilupparlo per onorare e glorificare Dio stesso; ma, oltre a ciò, ho realizzato personalmente che vivere per Colui che è la “Dolce Musica”, cioè Gesù Cristo, è l’unico scopo della mia esistenza.

Il 2007 è stato per voi un anno ricco di concerti, come vivete il momento dell’esecuzione dal vivo?
G.C.: Il momento del concerto è sempre molto emozionante. Soprattutto prima di entrare sul palco ci sono alcune paure e timori credo comuni anche agli altri, ad esempio: il pubblico apprezzerà per intero tutto il nostro repertorio? Riusciremo a trasmettere e comunicare le nostre emozioni, la musicalità che abbiamo, ed instaurare così un dialogo piacevole con il nostro pubblico? Riusciremo ad essere concentrati fino alla fine del concerto per non avere vuoti di memoria? E così via.
Durante l’esecuzione cerchiamo, mantenendo sempre un’alta concentrazione, di immergerci completamente in ciò che suoniamo per sentirci il più possibile a nostro agio e poter meglio comunicare in maniera espressiva con il pubblico, e anche se a volte l’ambiente sembra essere “un po’ freddo” è nostro dovere e piacere riscaldare con la nostra esecuzione.
Perciò si vive il momento dell’esecuzione ogni volta come se fosse la prima.
L.P.: Un momento unico, qui l’opera d’arte si concretizza e vive, si stabilisce il contatto con la gente e si cerca di trasmettere quella “bellezza” e “magia” che è la musica.

L’anno scorso avete suonato anche il concerto per due chitarre e orchestra “The Book of Signe” di Leo Brouwer, dedicato a Williams e Cotsiolis, prima esecuzione assoluta in Italia…
G.C.: Dopo aver già suonato qualche anno fa due dei più importanti Concerti per duo di chitarra e Orchestra, cioè il Concerto Madrigale di J. Rodrigo e il Concerto op. 201 di M. Castelnuovo-Tedesco, per noi è stata una bellissima esperienza, suonare questo Concerto meraviglioso come prima esecuzione assoluta in Italia, così ricco e di grande intensità musicale, con un primo tempo ironico e ricco di citazioni tratte dalla nostra memoria “classica”, il secondo sognante ed evanescente caratterizzato da uno splendido tema ed il terzo assai ironico ed incisivo costruito su di una danza molto bella come la Rumba.
L’abbiamo suonato per ben tre volte in Italia nel 2007: il 18 marzo a Potenza, il 28 aprile a Manfredonia (FG) e infine recentemente il 14 ottobre a Bari.
È stato sempre molto emozionante suonarlo sapendo di essere i primi in Italia ad eseguirlo, ed è superfluo dire che ha richiesto un anno di intenso lavoro date le enormi difficoltà tecniche di cui è composto.

Da Bach a Brouwer, passando da Haydn e Rossini, fino a De Falla e Rodrigo, il vostro repertorio attraversa gran parte della storia della musica. Ma c’è un periodo o un compositore che amate particolarmente?
L.P.: Dopo le Goldberg è stato veramente difficile pensare di accostare altri brani, sicuramente il repertorio che suoniamo lo sentiamo vicino, non abbiamo preferenze particolari, con la maturità musicale credo si possano suonare e amare diversi stili.

Siete i direttori artistici del Festival Internazionale di Chitarra Città di Manfredonia, che nel 2007 è arrivato alla quinta edizione, un evento che acquista anno dopo anno grande prestigio…
L.P.: Ogni anno è difficile, è una continua fatica per cercare i fondi, credo sia per tutti i festival così. Gli auspici sono sempre quelli che il Festival possa incontrare il gusto di molti e avere l’approvazione di chi ci sponsorizza!

Quali sono i vostri impegni per il 2008?
G.C.: Per il momento, anche se alcuni devono essere ben definiti, gli impegni per il 2008 sono a Biella e a Lugano a fine gennaio, a Roma a febbraio, una tournèe a marzo negli Stati Uniti, suoneremo le Goldberg sia al festival di Parma che in Olanda ad aprile e in Germania ad agosto, a luglio a Genova, a novembre un concerto in Polonia e uno con l’Orchestra in Belgio.

A chi dedicate questo cd?
L.P.: Alle mie figlie, Giusy e Giulia. Loro sono molto orgogliose di avere un papà musicista e questo per me è ulteriore motivo di gioia essere artista.
G.C.: Personalmente voglio dedicare quest’ultimo cd al mio Signore Gesù, che è tutto per me, e inoltre, desidero ringraziarLo perchè mi è stato sempre vicino e per avermi guidato in tutti questi anni di grandi traguardi musicali e di attività concertistica.

Intervista di Francesco Scaramuzzi

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